Saul: tra corona e silenzi

Di Magazine Avventista

Ci sono storie della Scrittura a cui torniamo per ispirarci e altre a cui torniamo perché non ci lasciano andare. Saul, figlio di Chis, sterminatore di migliaia, primo re d’Israele, è una di quelle storie che non smette di “perseguitarmi”. La sua non è una vicenda di gloria coronata da trionfi, ma di promesse non compiute e sogni infranti che si sfilacciano passo dopo passo. E forse è proprio per questo che non riesco a staccarmi da questa storia… non perché Saul abbia avuto tanto successo, ma perché ha fallito in modi che posso capire e, seppur a malincuore, persino condividere.

Era più alto di tutto il popolo (cfr. 1 Samuele 10:23); scelto da Dio; unto da Samuele; destinato alla grandezza. La corona era lì, a portata di mano, ma la sua impazienza e la mancanza di un vero ravvedimento lo hanno lasciato perennemente impegnato a confrontarsi con gli altri, senza essere mai soddisfatto dei risultati. Il suo regno è iniziato tra i trionfi, per finire tra le lacrime. E, tristemente, nei suoi passi riconosco echi delle mie lotte. È forse lo stesso anche per te?


Chiamato mentre rincorre asine

Tutto comincia con una commissione banale. Saul è in giro a cercare le asine smarrite di suo padre. Non sta dando la caccia a giganti né uccidendo draghi. È solo un giovane che lavora per la sua famiglia. E proprio in questa giornata ordinaria, Dio irrompe. Sembra essere un suo tema ricorrente. Proprio quando meno te lo aspetti, Dio si presenta. Non nel tuono ma nel sussurro, non attraverso imprese straordinarie ma tramite appuntamenti silenziosi. Saul non cerca la corona. È la corona a trovare Saul.

E quando lo trova, lui oppone resistenza. Chiede: “Non sono io un Beniaminita, di una delle più piccole tribù d’Israele?” (1 Samuele 9:21). Si vede piccolo e insignificante; indegno. La sua storia è costellata da questa esitazione interiore, dal sospetto corrosivo di non essere al posto giusto. È un outsider che non si sente mai davvero dentro. Oggi la chiameremmo forse sindrome dell’impostore. Ma in Saul questa voce marcisce e suppura. Diventa più di un dubbio: finisce per prendere possesso della sua identità.

Conosco quel sussurro. L’ho sentito mille volte. Forse anche tu. La voce che sussurra: “Non sei abbastanza”, mentre Dio dice: “Tu sei mio”. Nella vita di Saul vediamo dispiegarsi una verità pericolosa: non è la chiamata a incoronarci, ma la voce che scegliamo di credere. Ascolterai Dio? O ubbidirai al nemico?


Un regno che si frattura dall’interno

All’inizio Saul guida il popolo in maniera impeccabile; vince battaglie; ispira fiducia. Ma lentamente compaiono le crepe. Comincia a temere il popolo più di quanto tema il Signore. Ha paura di perdere il favore dei suoi seguaci. Diventa impaziente, disubbidiente, sulla difensiva. E col tempo, la fragile impalcatura della sua immagine sostituisce il solido fondamento dell’ubbidienza.

Non è tanto un crollo improvviso quanto una lenta erosione. Non cade in modo spettacolare come un uomo malvagio: la sua vita si svolge dolcemente come quella di un ferito. È la pericolosa discesa in un’esistenza in cui Dio non è più al timone.

La Scrittura dice che “uno spirito cattivo, permesso dal Signore, lo turbava” (1 Samuele 16:14). Per le nostre orecchie moderne questa frase suona strana, ma i sintomi sono fin troppo familiari. Mentre Saul scivola nelle tenebre con sbalzi d’umore, paranoia, depressione, scatti d’ira, comprendiamo che qualcosa si è profondamente spezzato. Oggi parleremmo forse di crisi di salute mentale. Allora la si vedeva come tormento spirituale. Forse era entrambe le cose. Nel mio lavoro di counselor cristiano, ho spesso descritto le problematiche psicologiche e l’oppressione spirituale come due mani intrecciate, le dita talmente avvinghiate che a volte è difficile distinguere l’una dall’altra.

Eppure, perfino mentre Saul lotta con queste forze, vediamo ancora la compassione di Dio. Prima che Davide brandisca una spada, alza un’arpa per lenire quella mente tormentata, suonando nella corte di Saul non come guerriero, ma come guaritore. È un atto divino di misericordia. Dio non ha fretta di sostituire Saul. Cerca di calmarlo e portargli guarigione attraverso la musica. Prima del giudizio, manda un canto.

Anch’io ho sentito il richiamo del buio di Saul: depressione, burnout, il peso del fallimento e dei confronti che non finiscono mai. Ma ho sentito anche la mano gentile di Dio che mi mandava persone, canti, promemoria della sua grazia. Nel Salmo 31:12 Davide scrive: “Sono dimenticato completamente, come un morto; sono simile a un vaso rotto”. Un promemoria per tutti noi che persino i re possono incrinarsi, ma che i vasi rotti possono essere riparati dal nostro Redentore.

Come nel kintsugi, l’arte giapponese di riparare i vasi fratturati con l’oro, Dio non nasconde le nostre crepe. Le mette in evidenza per mostrare la sua forza che si manifesta perfetta nella nostra debolezza (cfr. 2 Corinzi 12:9).


Il Dio che sa aspettare

Se avessi scritto io la storia di Saul, gli avrei tolto la corona molto presto. Ma Dio lo lascia regnare per quarantadue anni (cfr. Atti 13:21). Quarantadue anni di spirale tragica e discendente. Perché?

Perché Dio non è solo giusto; è anche paziente.

Noi spesso misuriamo la presenza di Dio in base ai nostri progressi. Se abbiamo successo, pensiamo che Dio stia operando nella nostra vita. Ma credo che Dio misuri in base alla presenza, non al progresso. Dio vuole Saul. Non solo i suoi risultati, ma una relazione. E così, ancora e ancora, offre al re molte opportunità per tornare a quella relazione salvifica di cui tutti abbiamo bisogno e che tutti desideriamo. Attraverso gli avvertimenti di Samuele, la lealtà di Gionatan, la misericordia di Davide e perfino i nemici di Saul, vediamo strumenti della grazia di Dio che ci richiamano a una vita migliore, riempita dalla sua presenza.

La vera tragedia non è che Saul abbia fallito; è che non sia mai tornato indietro. Ha lasciato che la vergogna gridasse più forte del ravvedimento; ha permesso alla paura di soffocare la grazia.

Ma la porta non si è mai chiusa per questo re errante. È questa la bellezza dolorosa della vicenda. Dio non sbarra la porta a motivo dei nostri fallimenti. La lascia socchiusa. E se ti scopri a vagare, dubitare, spezzarti… ricordati che è ancora aperta, e se stai leggendo queste righe, sei ancora invitato a sederti con lui, per l’eternità.


Quando i re restano soli

Alla fine, Saul è completamente solo. Questa solitudine è una conseguenza delle sue azioni. Saul ha respinto le persone. Ha lanciato lance invece di chiedere aiuto. C’è stato un tempo in cui vivevo in macchina, colpito dal burn out e dalla depressione, e la tentazione era la stessa: ritirarmi, nascondermi da tutti per vergogna. Ma Dio era sempre lì a mostrarmi che la guarigione avviene all’interno della comunità, non nell’isolamento. La storia di Saul ci insegna che il segreto alimenta la distruzione, mentre la vulnerabilità apre la via alla redenzione.

Siamo tutti vasi incrinati. Tutti portiamo qualche “corona” che non siamo nati per indossare: titoli, ruoli, responsabilità, etichette. Ma Dio non cerca la perfezione; quella ce l’ha già lui. Cerca persone disposte a essere rese integre, a sua immagine, nonostante mancanze e fallimenti. Persone disposte a piangere e a essere trasformate; disposte a tornare a casa per abitare con lui nelle corti reali del cielo, dove dimora il Re dei re, Colui che ci guarisce con il suo canto.

Colui che trasforma la rottura in bellezza.

Non lasciare che il rumore di questo mondo ti inghiotta. Scegli la comunità invece dell’isolamento.

Cerca guarigione, così che quelle storie che sembrano non volerti lasciare andare non definiscano più chi sei davvero: un figlio del vero Re.


Di Blake Penland, counselor e membro della chiesa avventista in Australia.

Fonte: https://record.adventistchurch.com/2025/08/14/saul-the-crown-and-the-silence/

Traduzione: Tiziana Calà

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