Coltivare una mente e un cuore compassionevole

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mente e cuore
Cos’è la compassione? È qualcosa con cui si nasce o è un’abilità che si può sviluppare? Un’analisi sulle orme di Gesù.

 

Al centro del campus dell’Università avventista “Loma Linda”, in California, si erge una scultura dal significato profondo: l’interpretazione artistica della parabola di Gesù del buon samaritano (Luca 10:25-37). La posizione della scultura in un ateneo di scienze della salute, basato sulla fede, rappresenta intenzionalmente uno dei valori fondamentali dell’Istituzione, ovvero la compassione (Luca 10:33). Passare davanti a un’immagine del genere ricorda l’universalità della sofferenza, poiché compassione significa “soffrire con qualcuno”.

Per i cristiani, la compassione non è solo un imperativo morale ma, anche oggi, è seguire l’esempio di Gesù. Infatti, la parola biblica per “salvezza” (in greco: sōzo) può anche essere tradotta con “guarigione” o “rendere integro” (1). Nel mio servizio di pastore e professore in un ambiente sanitario per quasi 25 anni, mi è diventato chiaro che la salvezza e la guarigione sono essenziali per rendere completa l’umanità.

La parabola del buon samaritano è un grande esempio della compassione di Dio per chiunque è nel bisogno. Su questo sono d’accordo quasi tutti. Quindi, aspiriamo a essere come il buon samaritano, ma per riuscirci ci scontriamo con le sfide della vita reale.

I pastori e i medici affrontano molta sofferenza, frustrazione e stanchezza estrema. Per quanto riguarda i ministri di culto, un recente rapporto dell’Hartford Institute ha documentato l’entità del burnout (esaurimento ndt) nel periodo post-pandemia: “Nell’autunno del 2023, oltre la metà dei leader religiosi (il 53%) ha preso seriamente in considerazione l’idea di lasciare il ministero pastorale almeno una volta dal 2020… Questo è quasi il 20% in più rispetto al 2021, quando il 37% aveva riferito di aver avuto tali pensieri dal 2020” (2).

Le comunità ecclesiali sono diventate sempre più resistenti al cambiamento nel periodo successivo alla pandemia. Un grande numero di membri sotto i 60 anni non si impegna nelle attività o non frequenta più la chiesa, e i pastori cercano di gestire una congregazione composta da fedeli in presenza e online. In questo contesto, molti ministri di culto si sentono come “cappellani dell’apocalisse”, riferendosi al crescente senso di disorientamento, e persino di terrore, che provano rispetto alle aspettative pastorali nel servire la chiesa post-pandemica (3).

 

Il dilemma della compassione
Secondo i ricercatori di psicologia del Danielson Institute dell’Università di Boston, la “vocazione” di un leader è come un’arma a doppio taglio: “un profondo impegno verso il significato e il dovere morale del proprio lavoro può portare le persone a sacrificare stipendio e tempo personale” (4). In effetti, quando il proprio lavoro è concepito come un dovere spirituale e morale, può essere molto difficile stabilire dei confini (5). Ecco, quindi, il dilemma: la compassione è parte integrante della chiamata a lavorare in ambito religioso, e allo stesso tempo può diventare un peso troppo grande da sostenere a causa della difficoltà a stabilire dei limiti.

Forse, parte del problema sta nel fatto che quello che abbiamo inteso come compassione in realtà non lo è. Nel suo importante lavoro sulla cura in medicina, Dominic O. Vachon scrive che la cura compassionevole è stata spesso ” troppo sentimentale, eccessivamente emozionale… e troppo spiritualizzata” (6). Prendersi cura degli altri può facilmente ridursi all’idea di “essere gentili” con le persone, manifestando “emozioni calorose” (7). Possiamo interpretare facilmente le storie bibliche simili a quella del buon samaritano come un’esortazione a “morire sulla croce per gli altri ogni giorno” e a dimostrare un coraggio eroico, rischiando la propria vita per il prossimo.

In altre parole, qualsiasi comportamento che non sia gentile, che non mantenga uno stato di intensa emozione e che non si ponga sull’altare dell’auto-sacrificio come martiri, è visto come una mancanza di compassione.

A tal punto, chi aiuta è destinato a diventare eccessivamente coinvolto emotivamente con i propri assistiti (e, aggiungerei, con i membri di chiesa). Ciò comprende l’assunto che prendersi cura degli altri richieda sempre molto tempo, che bisogna sempre “essere gentili” ignorando i propri sentimenti e bisogni, che occorre accettare abusi verbali e che si debba sempre soddisfare le richieste degli altri, per essere percepiti come compassionevoli (8).

Qui sta il rischio: se non si è “gentili” a sufficienza, se non ci si sente naturalmente predisposti alla compassione, o se non si riesce a mantenere un certo livello di emozioni, si può avere la sensazione di non essere mai all’altezza dell’ideale. E mentre altre persone (per esempio, i membri di chiesa, le comunità, i pazienti) possono imporre le aspettative a chi le pratica, queste emergono anche dalla propria visione di sé.

 

Definire i contorni della compassione
Allora, cos’è la compassione? È qualcosa con cui si nasce (oppure no), o è un’abilità che si può sviluppare? Biblicamente parlando, la compassione era centrale nella missione e nel messaggio di Gesù. Il verbo greco tradotto come “provare compassione”, splagchnizomai, ricorre nove volte nei Vangeli. Tre volte si riferisce alla compassione negli insegnamenti di Gesù, come nelle parabole del buon samaritano (Luca 10:30-37) e del figliol prodigo (Luca 15:11-32). Sei volte, la compassione è un elemento chiave delle attività di guarigione di Gesù (Marco 6:30-44; 8:1-10) e della cura di due persone cieche (Matteo 20:29-34).

Troviamo una sintesi del ruolo della compassione nel ministero di Gesù nel Vangelo di Matteo, capitolo 9, versetti da 35 a 38. Qui apprendiamo perché il Maestro abbia trascorso così tanto tempo a guarire le persone che soffrivano di ogni genere di malattia. “Vedendo le folle” scrive Matteo “ne ebbe compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore” (v. 36). La compassione caratterizzava la missione di Gesù, lo definiva nel profondo del suo essere e “descriveva un modo di essere, uno stile di vita in cui era presente per gli altri e li guariva” (9).

Nei Vangeli, a ogni modo, la compassione è attribuita solo a Gesù. Sembra che soltanto Dio, in Cristo, possa assumere su di sé la sofferenza del mondo senza esserne sopraffatto. La compassione cristiana, dunque, emerge solo attraverso la potenza dello Spirito Santo. Nondimeno, essere più simili a Gesù è qualcosa che si può apprendere. La Bibbia dice che dobbiamo “imparare a conoscere Cristo” (Efesini 4:20), un processo simile all’apprendimento di una nuova lingua o cultura (10). Effettivamente, sebbene siamo motivati dalla compassione di Cristo, “essa non è tra le nostre risposte più naturali” (11). “La compassione non è certo un riflesso automatico, nemmeno per i più fedeli” (12).

 

 

Note
(1) La parola greca sōzo appare 150 volte nella Bibbia e denota la soteriologia (la dottrina della salvezza) negli ultimi tempi. Da vedere anche l’eccellente voce di Ivan T. Blazen, “Salvezza”, nel volume 12 dell’Handbook of Seventh-day Adventist Theology, Seventh-day Adventist Bible Reference Series, a cura di Raoul Dederen (Hagerstown, MD: Review and Herald, 2011), pp. 271–313.
(2) “‘I’m Exhausted All the Time’: Exploring the Factors Contributing to Growing Clergy Discontentment”, Hartford Institute for Religion Research, gennaio 2024.
(3) M. Woolf, “Burned Out, Exhausted, Leaving: A New Survey Finds Clergy Are Not OK”, in Religion News Service, 25 gennaio 2024, e questo articolo.
(4) L. Captari, S. Sandage, “I Love This Work, but It’s Killing Me: The Unique Toll of Being a Spiritual Leader Today”, in The (5) Conversation, 24 giugno 2024, e l’articolo a questo link.
A. J. Jager, M. A. Tutty, A. C. Kao, “Association Between Physician Burnout and Identification With Medicine as a Calling”, Mayo Clinic Proceedings 92, n. 3, marzo 2017, pp. 415–422.
(6) D. O. Vachon, How Doctors Care: The Science of Compassionate and Balanced Caring in Medicine, Cognella, San Diego, CA, 2020, p. 32.
(7) Ivi, p. 32.
(8) Ivi, p. 35.
(9) A. Purves, The Search for Compassion: Spirituality and Ministry, John Knox Press, Louisville, KY Westminster, 1989, p. 39, 40.
(10) S. P. Saunders,” Learning Christ: Eschatology and Spiritual Formation in New Testament Christianity, in Interpretation: A Journal of Bible and Theology 56, n. 2, 2002, p. 155.
(11) H. J. M. Nouwen, D. P. McNeill, D. A. Morrison, Compassion: A Reflection on the Christian Life, Doubleday, New York, NY, 1982, p. 4.
(12) P. W. Marty, “Cultivating Christ-like Compassion”, in Christian Century, 9 febbraio 2022, e articolo al link.

 

 

Di Erik C. Carter, professore associato alla Facoltà teologica della Loma Linda University in California, negli Stati Uniti

Fonte: HopeMedia Italia

Traduzione: Veronica Addazio

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