Il peso della transizione

Di Magazine Avventista

Bert si aggiustò gli occhiali e osservò le mani segnate dal tempo del cappellano, notando come si muovessero con una gentilezza esperta mentre versava una bevanda calda. Dopo 43 anni di esperienza, Bert aveva imparato a leggere le persone, ma Michael restava un mistero degno di essere esplorato: un uomo che sembrava incarnare ciò che il sacerdote olandese Henri Nouwen chiamava “il guaritore ferito”, portando le proprie cicatrici con silenziosa grazia.

“Il carburatore ci dà di nuovo problemi”, disse piano Bert, accettando la tazza fumante. Non si trattava davvero della Honda Goldwing e lo sapevano entrambi.

Michael si accomodò sulla sedia di fronte, con una presenza priva di fretta. “Dimmi qualcosa di più”. La sua risposta incarnava ciò che gli studiosi di pastorale chiamano “ascolto santo”: l’arte di essere pienamente presenti senza il bisogno di aggiustare o risolvere subito. Da mesi ormai, queste conversazioni erano diventate l’ancora di Bert. Il passaggio dalla propria casa alla struttura di AdventCare era sembrato come smontare se stesso pezzo dopo pezzo, proprio come la moto nel laboratorio di restauro. L’indipendenza, quella cosa che aveva indossato come un’armatura durante decenni spesi a formare giovani menti, gli era stata tolta con la stessa meticolosità con cui si smontano cromature e parti del motore. Alcuni giorni si sentiva come Giobbe seduto nella cenere, a interrogarsi su tutto ciò che aveva sempre considerato certo.

“Ci lavoriamo da settimane”, continuò Bert, con la voce che acquistava forza. “Jim pensa che serva una revisione completa, ma Tom è convinto che possiamo salvare i componenti originali”. Si fermò, accarezzando il bordo della tazza. “Mi ritrovo a chiedermi se somiglio più a quel carburatore di quanto vorrei ammettere. Logorato, non più funzionante come una volta”.

Il silenzio di Michael invitava a una riflessione più profonda. Questo era il suo dono: non precipitarsi a correggere o spiegare, ma creare ciò che il pioniere della cura pastorale Anton Boisen chiamava “spazio sacro”, in cui l’anima può dispiegare la propria verità. Al seminario aveva imparato che a volte la guarigione più profonda avviene non attraverso le parole, ma grazie alla sola presenza.

“Sai, pensavo di avere tutte le risposte”, disse Bert, stupito lui stesso da quella confessione. “Quarantatré anni a insegnare matematica, convinto che ogni problema avesse una soluzione, se solo si applicava la formula giusta”. Alzò lo sguardo, gli occhi che riflettevano decenni di certezze ora scosse. “Ma non esiste un’equazione per diventare dipendenti, vero? Nessuna formula per guardare il proprio corpo tradire tutto ciò che hai costruito”.

Michael si sporse leggermente in avanti, con un movimento dolce come quello di un pastore che si avvicina a una pecora ferita. “Che cosa hai imparato nel laboratorio che non avresti potuto imparare in aula?”.

Bert rimase in silenzio a lungo, le dita che tracciavano disegni sul tavolo di legno. Quando parlò, la sua voce portava il peso di una saggezza duramente conquistata. “Che le cose rotte possono essere belle. Che il restauro non consiste nel tornare alle condizioni originali, ma nell’onorare ciò che è stato creando qualcosa che possa andare avanti”. Si fermò, pensando alla promessa di Isaia sulla bellezza tratta dalle ceneri. “Quegli uomini non vedono in me l’insegnante che non può più vivere da solo, che ha bisogno di aiuto con i farmaci e non si ricorda più dove mette le chiavi. Vedono un uomo che capisce i rapporti degli ingranaggi e non ha paura di sporcarsi le mani”.

Michael annuì, riconoscendo la ricerca di significato dentro la sofferenza. “E tu che cosa vedi, quando ti guardi lì?”.

“Qualcuno che è ancora in divenire”, rispose Bert, e le parole caddero tra loro come una benedizione. “Qualcuno il cui valore non si misura dall’indipendenza, ma dalla connessione. Come Paolo quando parla del corpo di Cristo: siamo tutti parti diverse, ma abbiamo bisogno gli uni degli altri”. La voce gli si fece più sicura. “Pensavo che dipendere dagli altri fosse un fallimento. Ora mi chiedo se non sia invece… comunione”.

Il cappellano sorrise, scorgendo in quelle parole il riconoscimento che sono le relazioni, non i risultati, a costituire il fondamento del senso umano. “Sembra saggezza nata da una lotta con gli angeli”.

Bert ridacchiò, sorprendendo entrambi. “Giacobbe ne uscì zoppicando, vero? Ma anche con una benedizione”. Sollevò la tazza come in un brindisi. “Ai sacri zoppicamenti e alle benedizioni inattese”.

Nelle settimane successive, le loro conversazioni si fecero sempre più profonde. Michael introdusse concetti tratti dalla letteratura sulla cura pastorale: l’idea del “pastore” di Seward Hiltner, la comprensione di Wayne Oates della crisi come opportunità di crescita. Ma, per lo più, ascoltava mentre Bert elaborava il lutto per la vita che aveva perduto e, lentamente, con cautela, iniziava ad abbracciare la vita che stava scoprendo.

“Continuo a pensare a quel passo in Ecclesiaste”, disse Bert un pomeriggio. “Quello in cui si parla di un tempo per demolire e un tempo per costruire. Forse non sono rotto: forse sono solo nella stagione del demolire, in preparazione a ciò che verrà dopo”.

Michael riconobbe in questo ciò che i teorici della cura pastorale chiamano “ristrutturazione” (reframing): la capacità di trovare nuovo significato in circostanze difficili. “Che cosa pensi che Dio stia costruendo in te adesso?”.

“Forse l’umiltà; la gratitudine; la capacità di ricevere la grazia invece di cercare sempre di meritarla”. La voce di Bert era riflessiva. “Ieri, nel laboratorio, il giovane Danny che ha solo 17 anni, mi ha mostrato una tecnica per pulire i pezzi del motore che non avevo mai visto. Mi sono reso conto che stavo imparando da qualcuno che ha un quarto dei miei anni e, invece di sentirmi sminuito, mi sono sentito… ampliato”.

Era proprio questo che sorprendeva di più Bert dei suoi incontri settimanali nel laboratorio di restauro. La Honda Goldwing del 1982 era diventata più di un progetto: era una metafora delle loro stesse vite, dove ognuno portava la propria competenza al lavoro collettivo, nel tentativo di riportare alla vita qualcosa di bello. Quando, dopo settimane di pazienti regolazioni, il carburatore cominciò finalmente a funzionare a dovere, la vittoria apparteneva a tutti.

“Credo di capire adesso che cosa intendesse Gesù quando parlava di diventare come bambini”, disse Bert una sera, mentre il crepuscolo colorava l’ufficio del cappellano con colori tenui. “Non si tratta di essere ingenui o indifesi. Si tratta di restare curiosi, di rimanere aperti a imparare, anche, e soprattutto, quando tutto ciò che pensavi di sapere viene capovolto”.

Michael avvertì il familiare sussulto che provava quando assisteva a ciò che Boisen chiamava “il documento umano vivente” che si scriveva in nuovi capitoli di significato. “Che cosa diresti a quell’insegnante di 43 anni fa, se potessi parlargli adesso?”.

Bert rimase in silenzio così a lungo che Michael si domandò se avesse esagerato. Poi, con la consueta precisione, l’ex educatore cominciò a parlare. “Gli direi che le sue lezioni più grandi non sarebbero state quelle che ha insegnato, ma quelle che avrebbe imparato. Che la forza non consiste nello stare in piedi da soli, ma nel sapere quando è il momento di appoggiarsi. Che c’è differenza tra essere utile ed essere di valore, e che il valore non diminuisce con l’età o con la disabilità”.

Fuori, la luce del pomeriggio filtrava tra le foglie degli eucalipti e, da qualche parte nel laboratorio di restauro, una Honda Goldwing del 1982 attendeva pazientemente la premurosa attenzione della settimana successiva. Nella stanza 2.37 dell’AdventCare, un anziano signore che aveva passato la vita a insegnare agli altri stava finalmente imparando che l’educazione più profonda non avviene nelle aule, ma negli spazi teneri in cui i cuori umani si incontrano, dove il rotto diventa bello e dove l’arte del sacro accompagnamento trasforma sia chi accompagna sia chi è accompagnato.

“Grazie”, disse piano Bert, mentre il loro incontro volgeva al termine, “per avermi insegnato che la cura pastorale non consiste nell’avere risposte. Consiste nel sedersi con le domande finché non diventano porte”.

Michael sorrise, riconoscendo nelle parole dell’amico l’essenza di ciò che significa guidare le anime attraverso le valli della transizione verso nuovi paesaggi di grazia.

Questa storia di Bert e del cappellano Michael riflette il grande lavoro che avviene ogni giorno nelle strutture avventiste di assistenza per anziani, dove cappellani dedicati incarnano il ministero della presenza di Cristo, creando uno spazio sacro in cui i residenti possono trovare nuovo significato e scoprire che il loro valore va ben oltre la precedente indipendenza. Siamo profondamente riconoscenti per questi operai che aiutano i residenti a rileggere le proprie esperienze alla luce della fede, trasformando le valli della perdita in opportunità di continua crescita spirituale. Per i membri di chiesa, il percorso di Bert ci chiama a riconoscere i nostri anziani come tesori da onorare, non come pesi da gestire, sfidandoci a visitare le strutture per anziani, sostenere progetti intergenerazionali e ricordare che i nostri cari in età avanzata sono anime amate, impegnate nel proprio processo di trasformazione. In un mondo che spesso scarta ciò che ritiene non più utile, l’assistenza avventista per anziani sta a testimoniare che ogni persona rimane preziosa agli occhi di Dio, degna di quel ministero della presenza che aiuta le anime a fiorire anche nelle stagioni finali della vita, dimostrando che la dipendenza non deve significare diminuzione quando siamo circondati da comunità di grazia e di scopo.


Di Kenn Duke, direttore dei Ministeri di Cappellania Avventista presso l’unione australiana.

Fonte: https://record.adventistchurch.com/2025/08/12/the-weight-of-transition/

Traduzione: Tiziana Calà

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