Giona: il profeta che detestava la misericordia di Dio

Di Magazine Avventista

Sono cresciuto nell’ombra dell’apartheid istituzionale in Sudafrica. Non ricordo le bombe o le morti, ma ricordo la tensione nelle voci degli adulti quando pensavano che non li stessimo ascoltando. Non ricordo le paure della gente, ma ho imparato a conoscere i fallimenti dei leader, i fallimenti del mio popolo, della mia stessa chiesa. Ho un’immagine di me seduto a gambe incrociate sul tappeto del soggiorno, a guardare la storia che si compiva mentre Nelson Mandela diventava presidente. Gli adulti intorno a me sembravano trattenere il respiro. Quella sera regnava molta incertezza, ma per molti brillava uno spiraglio di speranza. Era quello l’inizio di una “nazione arcobaleno”?

In quegli anni di ottimismo, tutti sembravano usare questa parola: ubuntu. Una parola ricca di significato, che deriva dall’espressione zulu umuntu ngumuntu ngabantu, “una persona è una persona attraverso altre persone”. Questa parola porta in sé l’idea che la nostra umanità sia legata agli altri. Non posso essere pienamente umano nell’isolamento; la trama dell’universo è ordinata in modo tale che la mia identità si trovi nella relazione con gli altri esseri umani. Vivere, quindi, significa appartenere, e con l’appartenenza viene la responsabilità di una cura reciproca verso l’altro.

Crescendo nella cosiddetta “nazione arcobaleno”, con ubuntu scritto a grandi lettere su cartelloni e manifesti, provavo una strana miscela di emozioni. Una di queste era un profondo imbarazzo. Imbarazzo perché il mio popolo, la mia chiesa, il mio paese erano stati gli ultimi a capire qualcosa di così basilare. Nel mio piccolo paradigma infantile e ignorante, pensavo davvero che il Sudafrica fosse l’ultimo posto sulla terra a dover ancora fare i conti con il razzismo. Immaginavo il resto del mondo guardarci e scuotere la testa, pensando: “Finalmente!”. Credevo che tutti gli altri avessero risolto la questione da tempo, che avessero abbracciato la filosofia di ubuntu decenni prima di noi, e che noi stessimo solo arrivando in ritardo, impacciati, come chi entra a cena a metà pasto chiedendo di poter guardare il menù. Quanto vorrei che fosse stato vero. Ma crescere smonta le illusioni. Viaggi, studi ed esperienze mi hanno mostrato che ubuntu è un concetto raro ovunque. La sua assenza non è un’eccezione: è la storia dell’umanità. Più tardi ho iniziato a vederlo con maggior lucidità. Lo si vede in politica: conservatori contro progressisti, repubblicani contro democratici, laburisti contro liberali. Lo si vede nella fede: protestanti contro cattolici, credenti contro non credenti, tradizionalisti contro progressisti. E dopo il Covid ha creato fratture tra familiari e amici: vaccino o non vaccino, linee tracciate come campi di battaglia. Ancora e ancora, il mondo si divide in “noi” e “loro”. È così che sorreggiamo la nostra identità, spingendoci contro l’altro. Ma non è una malattia moderna. Il problema di noi contro loro è antico quanto l’umanità stessa, e attraversa perfino il popolo di Dio, perfino i suoi profeti.

La storia di Giona inizia con una chiamata. Dio gli dice di andare a Ninive, la città che ogni israelita detestava. Per Giona quel nome non suonava come un campo missionario, ma come territorio nemico. Sarebbe come dire oggi a un cristiano di andare a predicare nel cuore dell’ISIS, o chiedere a un conservatore di sedersi a parlare con ANTIFA (una rete di ispirazione comunista, anarchica e socialista libertaria). Non un terreno neutro, ma l’ultimo posto in cui vorresti trovarti. E Giona sa esattamente com’è Dio: misericordioso e pronto a perdonare, il contrario di quello che vorrebbe lui. Il suo timore non è quello di fallire, ma di riuscire nell’impresa. Non sopporta l’idea che la misericordia raggiunga le persone che odia di più.

Così scappa. Il testo descrive la sua spirale discendente: si nasconde verso Iafo, si nasconde nella nave, si nasconde nel sonno. Nel frattempo, i marinai pagani sono svegli e all’erta, gridano ai loro dèi, nel tentativo disperato di salvarsi. Ed ecco la fregatura: il profeta d’Israele, “l’interno”, è l’uomo più indifferente a bordo. Dio scaglia una tempesta sul mare e, con quell’ironia che solo Dio sa tessere, gli “esterni” finiscono per pregare, pentirsi, persino mostrare compassione, mentre Giona resta fermo nella sua posizione, ostinato. Quando alla fine viene gettato in acqua, il mare si calma e i marinai si prostrano davanti a Yahweh. Il capitolo 1 smaschera l’ipocrisia degli “insider” e mostra che la missione di Dio non può essere fermata dai pregiudizi umani.

La discesa di Giona non finisce nell’acqua. Sprofonda ancora di più, inghiottito da un grande pesce. Ciò che appare come giudizio è in realtà misericordia mascherata, come un genitore che afferra il figlio che corre prima che finisca in mezzo alla strada. Dal ventre del pesce, Giona prega. All’inizio sembra spinto dal pentimento, utilizzando un linguaggio tipico dei salmi e dei ringraziamenti. Ma se ascolti bene, non è confessione. È disperazione. Non ammette mai il suo peccato, non nomina Ninive, non riconosce la sua ribellione. Si presenta come vittima, non come profeta fuggiasco.

La sua preghiera è piena di Scrittura ma vuota di resa. È liturgia senza cuore. Arriva perfino a condannare gli idolatri, dimenticando che i marinai pagani avevano appena pregato con più sincerità di lui. Giona promette sacrifici e voti, ma tutto suona vuoto. Le sue parole sono bigotte, il suo cuore è ancora deformato dall’orgoglio.

Eppure, ecco lo scandalo della grazia: nemmeno una preghiera a metà può fermare la misericordia di Dio. Dio parla al pesce e Giona viene vomitato sulla terra asciutta. Il capitolo 2 del libro di Giona ci ricorda che toccare il fondo non garantisce il pentimento. Possiamo gridare a Dio con tutte le parole giuste e continuare ad avere un cuore ostinato. Ma ci ricorda anche che la missione di Dio non dipende dalla purezza dei suoi messaggeri. La sua grazia continua ad avanzare, persino attraverso le persone superbe e riluttanti.

La storia di Giona non finisce nel pesce. Dio torna da lui, paziente e tenace: “Alzati, va’ a Ninive, la gran città, e proclama loro quello che io ti comando”. Questa volta Giona va, ma la sua ubbidienza è solo di facciata. I suoi piedi si muovono, ma il cuore resiste.

Ninive è descritta come una “gran città”, vasta e famosa per la sua violenza. In questo mondo Giona predica il sermone più breve della Bibbia: cinque parole in ebraico. Niente esempi, nessun appello, nessun accenno alla misericordia di Dio, solo un avvertimento secco: “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta!”. Ma ecco il colpo di scena: la parola “distrutta” può significare cancellataoppure trasformata. Giona intende la prima; Dio realizza la seconda.

Con orrore di Giona, l’intera città risponde. Dal re sul trono fino al bestiame nei campi, Ninive si umilia. Lo stesso re scende dal trono, si veste di sacco e prega per la misericordia: proprio l’umiltà che Giona si rifiuta di mostrare. E Dio si pente del male minacciato. La stessa misericordia da cui Giona era fuggito si riversa ora sul più grande nemico d’Israele. Il capitolo 3 ci mostra che la parola di Dio è inarrestabile, che il pentimento è sempre possibile e che la misericordia è l’esito preferito di Dio.

Giona è furioso. È accaduto proprio ciò che temeva: Dio ha risparmiato Ninive. La realtà che Dio è “misericordioso, pietoso, lento all’ira e di gran bontà” (Giona 4:2), Giona ora la scaglia contro Dio come un’accusa. Il suo problema non è mai stato il timore che Dio potesse fallire, ma che potesse riuscire. E preferirebbe morire piuttosto che vivere con un Dio che perdona i suoi nemici.

Così Giona esce dalla città e si costruisce un riparo, aspettando e sperando che forse Ninive brucerà comunque. Dio risponde con una lezione vivente. Prima fa crescere una pianta che dona ombra a Giona, ed egli è immensamente felice, l’unica volta in tutta la storia in cui lo vediamo contento. Poi Dio manda un verme a colpire la pianta, e Giona crolla. Si dispera più per una pianta che per una città piena di persone.

Allora Dio pronuncia l’ultima parola: “Tu hai pietà del ricino per il quale non ti sei affaticato, che tu non hai fatto crescere, che è nato in una notte e in una notte è perito; e io non avrei pietà di Ninive, la gran città, nella quale si trovano più di centoventimila persone che non sanno distinguere la loro destra dalla loro sinistra, e tanta quantità di bestiame?” (Giona 4:10‑11). La storia si chiude con una domanda, senza risposta. Giona resta in silenzio, e così anche noi. Il capitolo 4 del libro di Giona svela lo scandalo della grazia e ci pone davanti a una scelta: resteremo a brontolare sotto il sole, aggrappati ai nostri risentimenti, oppure condivideremo la compassione di Dio per la città?

Quando ripenso a quei giorni pieni di speranza, con ubuntu gridato da ogni angolo di strada, mi rendo conto di quanto sia fragile il nostro tentativo di solidarietà umana. Adesivi sul paraurti e buone intenzioni non possono guarire le vere fratture di un mondo “noi contro loro”. Solo la grazia può farlo.

Oggi, mentre guardo il mondo dividersi lungo linee sempre più profonde, vedo Giona ovunque. Tutti abbiamo le nostre Ninive: nemici che preferiremmo vedere distrutti piuttosto che trasformati. Postiamo amore e unità sui social mentre, in segreto, speriamo che i nostri avversari politici vengano eliminati, che chi non la pensa come noi a livello teologico venga smentito, che i nostri “nemici culturali” ricevano ciò che si meritano.

Ma la storia di Giona non ci lascia una via di fuga così facile. Mi ricorda che la speranza del mondo non sta nella saggezza umana, ma in un Dio la cui misericordia scende più in profondità del nostro odio, la cui compassione va oltre le nostre divisioni. Ubuntu, il vero ubuntu, non è un risultato umano che possiamo costruire con politiche migliori o con slogan più accattivanti. È un dono divino che scorre attraverso vasi incrinati e riluttanti come Giona, come me, come tutti noi che preferiremmo che la grazia di Dio si fermasse ai confini delle nostre zone di comfort. La domanda resta sospesa: resteremo, come Giona, a brontolare sotto il sole, aggrappati ai nostri risentimenti, oppure ci alzeremo per unirci a Dio nella sua misericordia ampia e ostinata?


Di Quintin Betteridge, pastore della chiesa avventista di Kingscliff (NSW); la sua passione è quella di rendere la Bibbia applicabile alla vita quotidiana.

Fonte: https://record.adventistchurch.com/2025/09/30/jonah-the-prophet-who-hated-gods-mercy/

Traduzione: Tiziana Calà

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