Giacobbe: lottare con Dio

Di Magazine Avventista

“Per fede Giacobbe, morente, benedisse ciascuno dei figli di Giuseppe e adorò appoggiandosi in cima al suo bastone” (Ebrei 11:21).

Crescendo in chiesa, mi sono imbattuta spesso nell’espressione “lottare con Dio”. Di solito la scena veniva descritta come una sorta di dibattito simbolico: un “combattere” con Dio per capire cosa pensa di una certa situazione o idea. Naturalmente Dio vince sempre, ma ci veniva detto di discutere comunque, anche se sapevamo già la risposta, perché in qualche modo questo avrebbe rafforzato la nostra fede.

Una sera di venerdì, piuttosto tardi, il predicatore invitato per aprire il sabato di un grande evento dovette cancellare all’ultimo. Era troppo tardi per trovare un sostituto, così iniziai a pregare chiedendo a Dio cosa avrei dovuto presentare al suo posto. L’espressione “lottare con Dio” continuava a risuonarmi in testa. Per anni mi era stata spiegata, ma non l’avevo mai studiata di persona. Avevo letto la Genesi più volte, ma non mi ero mai soffermata sul significato di questa storia. Presi la mia Bibbia preferita e cominciai a leggere la vita di Giacobbe fin dall’inizio.

Per le due o tre ore successive lessi pagine e pagine della Scrittura, desiderosa di capire davvero il significato questa espressione. Tutto parte in Genesi 25. Dal momento della nascita, il carattere di Giacobbe è chiaro: è un usurpatore. Tramite l’inganno, si prende ogni benedizione possibile, qualunque sia il costo per gli altri. È letteralmente il significato del suo nome, ed episodio dopo episodio vediamo che è all’altezza di questo nome.

Ai confini della terra di Canaan, solo, indifeso e con la testa appoggiata a una pietra, Dio si rivela per la prima volta a Giacobbe in sogno. Vede una scala con angeli che salgono e scendono dal cielo. Sente la voce di Dio che gli promette una benedizione vera, pensata apposta per lui, che non richiede alcun raggiro per essere ricevuta. Considerando la storia di Giacobbe, le parole finali di Dio sono sconvolgenti: “Io sono con te, e ti proteggerò dovunque tu andrai e ti ricondurrò in questo paese, perché io non ti abbandonerò prima di aver fatto quello che ti ho detto” (Genesi 28:15).

Dio sapeva chi fosse Giacobbe, eppure gli offre ugualmente queste promesse. Giacobbe risponde con un voto condizionato e commemora l’evento erigendo un altare.

Nei capitoli successivi, Giacobbe assaggia la sua stessa medicina, mentre il suocero lo inganna e lo raggira più volte. Dopo aver sopportato pazientemente per oltre un decennio, Dio gli si rivela di nuovo, dicendogli che è tempo di tornare a casa.

Al confine di Canaan, vicino al luogo dove Dio lo aveva incontrato la prima volta, Giacobbe comincia ad andare nel panico. E se avesse dovuto pagare per i suoi peccati? Disperato, prega. Riconosce il proprio peccato e ammette di non meritare la bontà di Dio; tuttavia, supplica Dio, chiedendogli di mantenere la promessa fatta tanti anni prima.

Fino a quel momento Giacobbe è cresciuto e cambiato. Stava imparando a riconoscere la voce di Dio e a fidarsi di lui. Ma ora arriva la prova decisiva: Dio farà davvero quello che ha promesso?

Nel cuore della notte, rimasto da solo dopo aver fatto passare tutti gli altri oltre il fiume, un uomo lo aggredisce. Vivendo nel timore del fratello, è probabile che Giacobbe pensasse fosse un sicario mandato a ucciderlo. Stava quindi lottando per la sua vita.

Come Giacobbe, siamo nati usurpatori, centrati su noi stessi e sul nostro proprio tornaconto. Nel corso della vita facciamo molte cose sbagliate. Col tempo, lentamente, cambiamo, diventiamo persone un po’ migliori e impariamo a riconoscere la voce di Dio e a fidarci di lui. Poi arriva il momento in cui ci rendiamo conto che Dio non ci ha ancora “salvati”: non abbiamo fatto una vera esperienza di conversione e stiamo lottando per la vita, fisicamente o spiritualmente parlando.

Dio si è presentato a Giacobbe incarnando la sua paura più grande: un assassino nella notte. L’unica speranza che Giacobbe aveva di arrivare vivo al mattino era che Dio mantenesse la sua promessa. È questa speranza, questa fede, che lo tiene aggrappato alla lotta per tutta la notte. Quando Dio vede che Giacobbe è disposto a usare ogni briciolo di forza pur di non mollare, gli toglie quella forza.

Con un semplice tocco, gli slogò l’anca. Giacobbe capì all’istante con chi avesse a che fare. Quando quell’uomo gli chiese di lasciarlo andare, Giacobbe si rifiutò. Aveva confessato i suoi peccati e dato tutto quello che poteva: ora era il momento di afferrare la promessa di Dio, sapendo che solo quella poteva salvarlo, sia dal fratello sia in vista dell’eternità. Chiese la benedizione che Dio gli aveva promesso. In risposta, Dio gli chiese il suo nome, mettendolo di fronte a ciò che era, e poi glielo cambiò, a indicare il potere di Dio di trasformare il suo carattere e renderlo giusto.

Facciamo una vera esperienza di conversione quando scegliamo di appropriarci delle promesse di Dio. Quando arriviamo al punto di confessare i nostri peccati e riconoscere che la nostra forza non può liberarci, comprendiamo la nostra assoluta impotenza. In quei momenti, se scegliamo di appoggiarci alla misericordia di Dio, Dio ci salva. Nessun peccato è troppo grande per essere perdonato. Dio lo ha promesso, e lui è fedele. È così che si cammina per fede.

Nell’elenco del libro di Ebrei che ripercorre il passaggio generazionale della promessa, l’autore nota che Giacobbe non solo trasmise la promessa di salvezza alle generazioni successive, ma adorò mentre lo faceva, appoggiato al suo bastone. Era rimasto permanentemente zoppicante. Ogni giorno della sua vita portava sul corpo un ricordo fisico di quell’incontro con Dio e ogni giorno ricordava che Dio era stato fedele alla sua promessa. La sua esperienza diretta con Dio gli dava la certezza della salvezza completa in Cristo, per sé e per i suoi discendenti, anche se non ne avrebbe visto il compimento in vita.

Quando chiusi la mia meditazione quella sera, ripensai al momento della mia vita in cui avevo imparato ad afferrare le promesse di Dio. Nel cuore della notte, da sola nella stanza del dormitorio, compresi la mia impotenza. Leggendo il capitolo sulla fede in Passi verso Gesù, mi resi conto che non avevo ricevuto vittoria sulle mie paure perché non avevo mai scelto davvero di rinunciare a tutto e fidarmi solo delle promesse di Dio. Nel buio, gridai per chiedere perdono, poi rivendicai con piena fiducia la potenza di Dio per la mia salvezza. In quell’istante sperimentai la libertà. Le paure non tornarono più, sperimentai la vera pace e Dio divenne mio in un modo più personale di quanto avessi mai immaginato. 

Lottare con Dio non significa combattere contro di lui finché cediamo, ma rifiutarsi di lasciar andare le sue promesse. Non ci aggrappiamo alla nostra forza, ma, come Giacobbe, adoriamo appoggiandoci alla sua.


Di Kelli Daugherty, editrice e scrittrice con sede a Sydney, in Australia. Originaria degli Stati Uniti, ha delle conoscenze nell’ambito musicale e una passione per condividere le verità pratiche derivate dalla Parola di Dio.

Fonte: https://record.adventistchurch.com/2025/07/16/jacob-wrestling-with-god/

Traduzione: Tiziana Calà

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