Coinvolgere i giovani: tre aspetti chiave

Di Magazine Avventista

Come genitori desideriamo tutti una cosa: vedere i nostri figli arrivare all’età adulta mantenendo un legame vivo con Gesù Cristo e con la chiesa. Le ricerche mostrano che l’influenza dei genitori è quasi “determinante”. In altre parole, quando si parla di influenza positiva e di partecipazione continua dei giovani nella chiesa, niente conta più di una famiglia unita e sana. Ma c’è anche dell’altro che può aiutarci.

In un periodo di cinque anni, 625 giovani avventisti australiani hanno compilato due sondaggi su come percepiscono la chiesa, il primo nel 2019 e il secondo nel 2024. Ho condotto io stesso questa ricerca, collegata al mio ruolo di direttore giovani dell’unione australiana. Dalle loro risposte sono emersi molti elementi interessanti, ma tre risultati spiccano in modo particolare.

Se la chiesa avventista vuole davvero trattenere i suoi giovani quando finiscono le superiori, prendono la patente, entrano nel mondo del lavoro o all’università, servono tre cose:

1. Genitori che, in famiglia, mostrano una cura reale, intrisa di amore cristiano basato sulla grazia. Questo ha più impatto di qualunque altra cosa sul percorso dal bambino al giovane adulto.

    2. Un forte senso di legame intergenerazionale tra giovani e membri adulti di chiesa, che sia bidirezionale.

    3. Un processo di mentoring informale ben radicato. In sintesi, vale l’espressione: “Ciò che fai parla così forte che non riesco a sentire ciò che dici”. 

    Bontà cristiana, gentilezza e una cura autentica sono il fondamento di tutto.


    Genitori

    I genitori hanno un ruolo decisivo nella vita dei figli, fin dal giorno della loro nascita. David Briggs, commentando un grande studio longitudinale negli Stati Uniti (“National Study of Youth and Religion”), riporta che solo l’1% degli adolescenti (15–17 anni) cresciuti in famiglie dove la religione contava poco è rimasto legato alla fede fra i 20 e i 30 anni; al contrario, l’82% dei ragazzi cresciuti con genitori che parlavano di fede e attribuivano grande importanza alle proprie convinzioni era ancora attivo da giovane adulto. Christian Smith, citato da Briggs, conclude che questo legame è “quasi deterministico” e che nulla si avvicina all’influenza dei genitori sulla fede e sulle pratiche religiose dei figli: “I genitori dominano […] uno dei fattori più forti legati al fatto che i ragazzi mantengano la fede da giovani adulti è avere genitori che parlano di religione e spiritualità a casa”.

    Questo ci sfida, come genitori, a parlare ogni giorno della nostra fede in modo positivo. Molti giovani che hanno partecipato al mio sondaggio hanno riconosciuto quanto i loro genitori siano stati influenti nella loro vita.


    Relazioni intergenerazionali

    È vero: adolescenti e giovani adulti hanno bisogno anche di momenti solo fra coetanei, ma questo non significa isolamento totale. “Intergenerazionale” non vuol dire che un gruppo domina l’altro, ma che le generazioni si conoscono e si riconoscono a vicenda. I giovani devono essere considerati parte integrante della chiesa tanto quanto gli adulti più anziani; la comunità non dovrebbe preoccuparsi solo della condizione spirituale, ma anche di quella sociale e fisica. Le relazioni intergenerazionali funzionano quando ci si interessa alle persone per ciò che sono, non solo per l’incarico che ricoprono.

    Questo può tradursi in inviti a pranzo, guardare una partita, fare una serata film o tante altre attività. Siamo esseri sociali, e la vita non si riduce a un solo aspetto. Le possibili forme di connessione sono tante quante la nostra immaginazione.

    Per iniziare: si possono aprire conversazioni su cosa fa ognuno nella vita, dove lavora, che cosa studia a scuola o all’università, imparare i nomi e scoprire cosa appassiona l’altro. Le relazioni intergenerazionali possono cambiare la vita di tutti i coinvolti, sia quando la differenza di età è di una sola generazione, sia quando è maggiore. 

    Se vogliamo un vero coinvolgimento giovanile nelle chiese locali, abbiamo bisogno di questi legami.


    Mentoring

    I mentori sono fondamentali, ma essere un buon mentore richiede abilità. Il mentoring può essere formale o informale, e spesso si intreccia con le relazioni intergenerazionali.

    Il mentoring formale, un accordo chiaro tra le due parti, è ovviamente importante. Qui però mi concentro sul mentoring informale, essenziale nella chiesa locale ma spesso trascurato. Di che cosa si tratta? Buona parte del mentoring informale avviene con un sorriso, una parola allegra, un messaggio regolare, un saluto o gesti concreti di cura e gentilezza.

    È mentoring informale quando un membro di chiesa agisce per amore e non per dovere. Dovrebbe cominciare quando i bambini sono nei tizzoni e continuare fino agli anni della gioventù adulta. Deve essere intenzionale e di lungo periodo: generazioni più anziane che si prendono a cuore quelle più giovani e si mettono in contatto regolare con loro. Studi recenti mostrano, in particolare, che i ragazzi hanno bisogno di uomini adulti che li accompagnino in questo percorso.

    Kidder e Dorland hanno scritto: “La soluzione principale che abbiamo scoperto è semplice: i giovani uomini hanno bisogno di mentori maschi più anziani. Se vuoi vedere più giovani impegnati in chiesa, trova uomini dedicati nella tua comunità che possano seguire in modo intenzionale i preadolescenti fino agli anni della giovane età adulta. Il denominatore comune tra tutti i giovani intervistati che erano ancora coinvolti in chiesa era la presenza di un mentore”.

    I comitati di chiesa possono rendere tutto questo più intenzionale assicurandosi che ogni bambino e ragazzo sia incluso in una rete di mentoring informale. Due risposte del sondaggio dicono molto:

    Una giovane cresciuta in una famiglia monoparentale racconta che la madre, dopo aver visto i figli maggiori lasciare la chiesa senza avere un vero e proprio mentore, ha fatto di tutto perché lei fosse legata a adulti di riferimento (animatori del gruppo giovani, pastori e altri leader) e quanto questo l’abbia sostenuta nel restare in chiesa.

    Un’altra giovane, diventata madre single, racconta di aver temuto il giudizio della comunità; la chiesa, invece, l’ha accolta e sostenuta più di quanto potesse immaginare, mostrandole il valore di una vera famiglia spirituale.

    Arrivati a questo punto, il compito vero comincia. Dobbiamo passare dalla descrizione all’azione. L’invito è per tutti, me compreso, a fare delle nostre case, delle nostre comunità e di noi stessi degli esempi più chiari di amore, cura e gentilezza cristiana: vivere una genitorialità sana, costruire legami reali tra generazioni e praticare un mentoring informale, intenzionale e continuo.


    Di Jeff Parker, direttore della gioventù dell’unione australiana

    Fonte: https://record.adventistchurch.com/2025/07/17/youth-engagement-the-big-three/

    Traduzione: Tiziana Calà

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